mercoledì 14 maggio 2008

Oltre i giardini: nuovi punti di vista sul verde addomesticato



Piante, boschi e giardini per raccontare la società e il pensiero, non attraverso la fantasia e il romanzo ma attraverso la realtà. Uscirà a maggio il primo volume della collana Oltre i giardini di Bollati Boringhieri, curata dall’architetto paesaggista Michela Pasquali, che proporrà un modo nuovo di leggere e rileggere la natura.
"L’intenzione è stata sin dall’inizio chiara e condivisa con l’editore – spiega la curatrice –: non una collana monografica, teorica o sul giardinaggio, ma un grande contenitore eclettico in cui mescolare i tanti punti di vista da cui osservare il giardino". Pasquali, che ha studiato a Torino e vive a Ginevra, è stata chiamata ad occuparsi della nuova collana “verde” dell’editore piemontese per la sua passione per l’architettura del paesaggio.

Il primo titolo, in uscita a maggio, sarà Il giardino come spazio interiore di Ruth Ammann, analista junghiana, docente presso il C. G. Jung Institut di Küsnacht svizzero e anche qualificato architetto. Per la Ammann l’architettura è un modo di dare forma all’anima e alle psiche attraverso i simboli. "Il giardino dell’anima e l’anima del giardino sono un’unica realtà. Costituiscono uno spazio segreto tra cultura e natura, tra coscienza e incontro, tra spirito e corpo", dice Ammann.

Il giardino non solo nella concezione reale di elemento naturale, ma anche in quella simbolica di spazio dell’anima, luogo terapeutico e spazio vitale. Una storia intima, che nel catalogo dei libri in uscita si affianca a storie di realtà concreta. Come il volume della curatrice Pasquali, dedicato ai giardini spontanei di New York. In uscita a settembre, racconta genesi e sviluppo dei community gardens di Loisada, quartiere di immigrazione ai limiti del financial district di Manhattan. Aiuole e prati fioriti creati dagli abitanti negli interstizi dei disordinati sviluppi edilizi. Giardini mai trasformati in orti, nonostante le difficoltà di un quartiere storicamente proletario. "I giardini spontanei di comunità non hanno ancora preso piede in Italia – spiega Pasquali –: mentre all’estero sono un vero e proprio movimento, qui manca la coesione tra gruppi e le iniziative di questo tipo restano in prevalenza di tipo individuale".

La città fragile di Beppe Rosso



Dopo il teatro, la Trilogia dell’invisibilità diventa un libro. I tre testi teatrali con cui Beppe Rosso ha raccontato la marginalità urbana sono stati trasformati in racconti nel libro La città fragile, di Bollati Boringhieri. Il libro, firmato dal regista e dall’autore teatrale Filippo Taricco, va oltre le sceneggiature: "Prima di scrivere i testi di ogni spettacolo ci siamo immersi per circa sei mesi nella ricerca sul campo, creando dossier con cui abbiamo arricchito i testi e siamo arrivati ai racconti", spiega l’attore e regista torinese.

I protagonisti degli spettacoli prima, e dei racconti ora, sono tre icone del vivere metropolitano. In Seppellitemi in piedi i rom, una prostituta albanese in Anime schiave e i clochard in Senza.
"L’obiettivo – continua – era scavare nei personaggi per indagare come noi ci specchiamo in loro. Noi che siamo i “normaloidi” per i senzatetto, “gagè” (impuri) per gli zingari e “polli” da spennare per le prostitute". Tre icone del vivere nelle metropoli con cui la città è costretta a confrontarsi, ma per farlo sceglie la superficialità: non approfondisce quello che loro sono davvero, si limita a vedere la parte che recitano per sopravvivere.

"In questo modo non si mostrano per quello che sono realmente - dice Rosso –. Recitano: il centro città è il loro palcoscenico, la periferia è il camerino. Solo lì si mescolano all’altra gente che sopravvive. È da loro che nasce il nuovo, mentre noi difendiamo solo l’esistente".
Secondo il regista, è in queste periferie che nasce la novità: sono gli emarginati ad elaborare nuovi modelli di comunità, perché sono continuamente in movimento, mentre le vite “normali” sono statiche, immobili e sempre uguali a se stesse.

martedì 29 gennaio 2008

Se il Nobel è maschio

Immaginate di occuparvi di ricerca scientifica, di fare una scoperta sensazionale, così importante da meritare il Premio Nobel. Immaginate che quel premio venga assegnato al vostro supervisore, invece che a voi. E che il motivo sia l’essere una donna. Questa storia, solo nelle 106 edizioni del premio riservate alla fisica, si è ripetuta almeno 6 volte, "vittime" astronome, biologhe e fisiche di tutto il mondo.
Una di loro si chiama Jocelyn Bell-Burnell, è nata in Irlanda nel 1943 e il suo Nobel mancato risale al 1974. Ha scoperto la prima pulsar, una stella di neutroni rotante ad altissima velocità riconoscibile da un segnale che pulsa regolarmente. La sua carriera è andata avanti, ma oggi lei riassume così l’assenza di parità di genere nella scienza: «Non è facile essere una donna nel lavoro. Non lo è mai stato e non lo sarà mai. E non perchè la donna sia incapace, semplicemente perchè non è un uomo».

A distanza di quasi quarant’anni dalla scoperta della prima pulsar, la storia sembra mettere alla prova la società scientifica e, più in generale, i progressi in materia di pari opportunità. Nel 2005 Marta Burgay, un’altra giovane scienziata, questa volta a Cagliari, ha scoperto la prima e sinora unica pulsar doppia: due stelle di neutroni di appena qualche chilometro di diametro, che orbitano una intorno all’altra in sole due ore e mezza. Forse qualcosa è cambiato, almeno perchè nessun uomo è stato premiato al posto della trentaduenne Burgay, che ha ricevuto vari riconoscimenti, tra cui il massimo premio europeo per la ricerca scientifica, l’Excellence in scientific collaborative science. Ma secondo la giovane Burgay, di origine torinese, non ci sono dubbi: «Sono stati fatti passi in avanti ma la discriminazione esiste ancora, e lo dicono le cifre. Nel mio campo le ragazze sono il 50% del totale degli studenti, mentre le ricercatrici scendono al 20% e le professoresse ordinarie diminuiscono fino a meno del 10%».

Chiediamo alla Bell-Burnell se pensa che oggi il Nobel sarebbe assegnato a lei invece che al suo capo. Risponde di sì, ed è evidente la sua difficoltà a riconoscerlo. La società scientifica, trent’anni fa, non voleva riconoscere che una donna potesse essere capace quanto un uomo. Oggi, chissà.

Idea nuova, nuovo blog

Inizia l'esperimento, prende forma questo blog.